Nonostante il cessate il fuoco in corso, l’insicurezza è alta nel Paese a causa delle violazioni persistenti e degli attacchi aerei israeliani quasi quotidiani, soprattutto nel Sud. La crisi umanitaria, iniziata nel 2019, si sta aggravando e sono 4 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza.
“Da alcune settimane sono ripresi gli ordini di evacuazione in Libano da parte di Israele, nelle aree più soggette ai loro attacchi, soprattutto nel Sud”. Inizia così il suo racconto dal campo Vincenzo Paladino, operatore umanitario di INTERSOS nel Paese, testimone diretto di quanto sta accadendo su tutto il territorio. “Anche parte del nostro staff è sfollato, arrivano ordini di evacuazione immediata ai quali seguono attacchi mirati che distruggono case e villaggi. Questo è un modus operandi dell’esercito israeliano”, dice Paladino.
Tra gli attacchi più pesanti, in termini di perdite umane, va ricordato quello avvenuto lo scorso 18 novembre nel campo palestinese di Ein El Hilwe, il più letale compiuto da Israele sul territorio libanese dalla tregua siglata nel novembre 2024 con il gruppo Hezbollah. Un missile sganciato tra le case del campo, non lontano dalla città di Sidone, ha ucciso decine di palestinesi, in gran parte adolescenti.
Questo è lo scenario che si presenta in Libano da più di due anni, dall’inizio degli attacchi israeliani contro Gaza che poi sono estesi nella regione: sono stati coinvolti il Libano, la Siria, lo Yemen, l’Iraq e l’Iran. Dopo Gaza, è sicuramente in Libano che si sono manifestate le più gravi conseguenze di questa guerra per la popolazione civile, costretta a lasciare le proprie case in gran parte dei villaggi del sud e di altre aree del Paese, per via degli attacchi israeliani compiuti con l’intento di colpire le forze armate di Hezbollah.
Ad oggi l’esercito israeliano è fisso in sei avamposti lungo il confine, di cui cinque in territorio libanese, nei distretti di Tiro, Bint Jbeil, Marjayoun e Hasbaya, e uno al di là della Blue Line -la linea di demarcazione tra Israele e Libano prevista dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 2000-. Oltre i cinque avamposti in terra libanese, le città sono quasi tutte distrutte, le persone che hanno tentato il rientro non sono molte perché l’esercito israeliano continua ad attaccare infrastrutture essenziali, come quelle idriche.
Nonostante l’accordo di cessate il fuoco, infatti, la situazione rimane molto instabile, con violazioni persistenti e attacchi aerei quasi quotidiani. Dall’entrata in vigore dell’accordo, le autorità libanesi hanno segnalato oltre 270 persone uccise e circa 850 ferite a causa delle azioni militari israeliane. Inoltre, il conflitto ha causato ingenti perdite economiche, stimate in circa 14 miliardi di dollari, con un calo cumulativo del PIL reale dal 2019 che ha superato il 38%.
Il Libano già dal 2019 sta affrontando una crisi umanitaria complessa, iniziata con la più grave crisi economica e finanziaria della storia del Paese. Una crisi che si è ulteriormente aggravata con l’evolversi del conflitto regionale e che ha portato ad un aumento della povertà e al crollo dei servizi pubblici, indebolendo le istituzioni, le infrastrutture e l’economia libanese in generale.
Oggi i numeri della crisi umanitaria parlano di circa 4,1 milioni di persone che necessitano di assistenza, 1,6 milioni si trovavano in una situazione di insicurezza alimentare acuta e gli sfollati interni si aggirano intorno alle 899.700 in tutto il Libano. A questi numeri si aggiunge l’ancora elevata cifra di rifugiati siriani pari a circa 710 mila e di 470 mila rifugiati palestinesi. I danni alle infrastrutture e alle abitazioni sono enormi, con l’81% dei danni fisici totali concentrati nel Libano meridionale. Secondo le ultime indagini, fino a un quarto degli edifici nella regione del sud sono stati danneggiati o distrutti.
Sud del Libano
Il Sud, in particolare il governatorato di Nabatiyeh, è l’area più colpita e quella con il maggior numero di sfollati. La maggior parte dei rifugi collettivi, spesso adibiti nelle scuole, è stata chiusa dopo lo scorso febbraio 2025. Gli sfollati rimasti hanno trovato alloggio prevalentemente presso familiari nelle grandi città o all’interno dello stesso distretto. Rimangono attivi alcuni centri collettivi a Saida e Tyre. Le famiglie della classe media e medio-alta hanno iniziato a cercare case alternative in zone come Jezzin o sopra Saida, in previsione di una nuova escalation.
“Noi di INTERSOS siamo ancora presenti, ma ci sono molte limitazioni. Quando devi fare un’attività al confine ci sono molte variabili che devi tenere in conto e che riguardano la sicurezza dello staff”, spiega Paladino.
INTERSOS opera attivamente nel sud del Libano, nonostante la fragilità del contesto, in particolare continua a tenere aperti i suoi centri nelle località di Shebaa, Marjayoun, Bint Jbeil, e Nabatieh. Il team umanitario opera anche al confine in modo mirato, con attività di riabilitazione di alloggi danneggiati e distribuzione di contributi in denaro per l’affitto di alloggi a persone sfollate o rientrate in alcune località del Sud come Bint Jbeil, Rmeish ed Enaibel.
Regione della Beqaa
Anche nella Beqaa e Baalbek-Hermel, regioni a Nord del Libano, al confine con la Siria, persiste l’insicurezza legata al conflitto, con frequenti attacchi aerei nonostante la tregua. Inoltre, data la presenza del più alto numero di rifugiati siriani nel Paese, in questo periodo di crisi persiste anche una condizione di instabilità rispetto alla convivenza tra comunità. Per poterla gestire, diverse municipalità hanno attivato delle restrizioni verso i rifugiati siriani (come il coprifuoco e la confisca di alcuni eni come i mezzi privati di trasporto), esacerbando un sentimento discriminatorio. Nelle località dove le risorse sono già limitate, inclusi servizi di base come l’acqua e l’elettricità, il rischio di tensioni intracomunitarie aumenta anche a causa della presenza di circa 83.000 nuovi sfollati provenienti dalla Siria, rifugiatisi in Libano nell’ultimo anno per via della collisione interna che ha portato alla caduta del regime siriano a dicembre 2024.
Qui INTERSOS ha attivato progetti di rifornimento dell’acqua sia per le comunità libanesi che siriane, attività di supporto e protezione alle persone sfollate e rifugiate per ridurre il rischio di sfratto, violenza e sfruttamento, oltre ad assistenza legale per i siriani, per permettere loro di accedere a servizi essenziali in Libano, spesso ostacolati dalla mancanza di documenti, o per sostenerli nel percorso di ritorno volontario nel loro Paese.
Beirut e Monte Libano
Nella città di Beirut e nella regione del Monte Libano in generale, si registrano minori rischi di sicurezza legati agli attacchi israeliani, tranne che per l’area di Dahiyeh, nel sud della capitale, più volte oggetto di raid israeliani. Negli ultimi mesi, però, sono emerse forti preoccupazioni per la sicurezza dei rifugiati siriani. Anche qui le municipalità hanno intensificato i coprifuochi e le restrizioni alla mobilità, in particolare per coloro che sono sprovvisti di residenza.
Per quanto riguarda la protezione dell’infanzia, soltanto nel mese di ottobre 2025 INTERSOS ha rilevato, in particolare tra i bambini rifugiati siriani, un aumento del lavoro minorile (46% dei bambini raggiunti) e della violenza emotiva/psicologica (circa il 32% delle persone seguite). Gli operatori ed operatrici umanitarie distribuiscono kit per l’acqua potabile e sono in corso attività di educazione informale per i minori, inclusa la formazione degli insegnanti.
Libano del Nord
La situazione di sicurezza nel Nord del Paese è rimasta perlopiù sotto controllo, senza scontri né attacchi aerei diretti, ma la tensione resta alta a causa del contesto nazionale. Tripoli e Akkar sono tra le aree con la maggiore insicurezza alimentare, con oltre 1,2 milioni di persone che affrontano carenze nutrizionali. Molte famiglie rifugiate siriane si sono trasferite in insediamenti informali sovraffollati perché non potevano più permettersi di pagare l’affitto.
In questa regione, insieme ad UNHCR – Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati – INTERSOS si occupa principalmente di fornire assistenza legale alle famiglie siriane, che, anche qui, sono escluse dall’accesso a servizi fondamentali o affrontano diverse problematiche e ostacoli quotidiani dovuti alla mancanza di documentazione.













